22 maggio 2026: il nostro commento a "Il Giorno dell'Ape" - parte 1
- Tra Le Righe
- 27 mag
- Tempo di lettura: 5 min
Venerdì 22 maggio si è svolta presso la Chiesa dei Battuti Bianchi la serata dedicata a “Il Giorno dell’Ape” di Paul Murray. Di seguito un resoconto che riassume i temi principali trattati. La parte 2 dell'articolo approfondirà invece il bilancio sul romanzo.

Una storia di maschere.
Ma non è questa l’idea che abbiamo di noi stessi, vero? Non è questa l’idea di noi stessi che siamo incoraggiati a coltivare. Ci viene al contrario insegnato a pensare a noi stessi come sbagliati, inadeguati, incompleti. Diversi in un modo che ci appare ripugnante, inaccettabile. Ci viene insegnato che se non nascondiamo questa diversità, siamo destinati alla solitudine. A non essere amati. E così impariamo a coprire noi stessi con prodotti, etichette, maschere di questo o quel tipo. Vestiti, merci, squadre sportive, sistemi di credenze, opinioni politiche, nazionalismo – cose esterne a noi che usiamo pe rappresentare la nostra identità. Io sono il tipo marxista, io sono il tipo con l’orologio costoso, io sono il tipo che viene da qui e non da lì. Ecco quali sono i vostri pensieri, quando mi osservate. Resto comunque diverso da voi, ma in modo comprensibile, categorizzabile. (p. 517)
Quanto emerso fin da subito nell’incontro è stata l’impressione che questo romanzo sia una storia di maschere e di tensione verso l’adattamento alle apparenze che conduce gli esseri umani protagonisti ad avvilupparsi intorno a personalità che non li rispecchiano e subire in qualche modo le conseguenze di questa dissociazione. Ci è venuto così da pensare a Luigi Pirandello proprio per i suoi personaggi che cercano di aderire a una maschera al punto tale da diventarla essi stessi.
La polifonia del romanzo.
Il libro, nelle sue linee generali, è stato descritto come strabordante, caratterizzato dalla cifra dell’accrescimento.
A strabordare sono le parole, le storie, gli stili. Strabordano anche le metafore, le allusioni, le simmetrie, i piccoli racconti che più volte ritornano nel romanzo.
Le storie che vengono ripetutamente evocate sono forse uno dei pochi elementi che genera coesione nella storia, pur non rendendola davvero unitaria e afferrabile nella sua varietà.
Tra psicologia e politica.
I punti di vista dei vari protagonisti, nelle forme in cui sono narrati, ci danno la misura dei loro movimenti interiori. La storia ricorda, a parere di qualche partecipante, una seduta di analisi, poiché le loro azioni e le loro reazioni, che a un occhio esterno paiono spesso insensate, sono sempre dotate di un senso interno: sembra che, a loro parere, nel ritorno ossessivo al passato risiedano le radici del loro tragico e inesorabile presente.
Tale effetto è il risultato di un narratore che non giudica: la voce dell’autore non si rintraccia facilmente e fa parlare le prospettive interiori da sole.
A fare da contraltare al dettagliato mondo dei personaggi c’è l’estrema attenzione per gli eventi sociali e naturali, in particolare quello della crisi climatica che incombe. Si tratta, infatti, di un elemento che torna ripetutamente, che guida le azioni e le sensazioni di alcuni dei personaggi e che costituisce, insieme ad altri elementi, una cappa angosciosa.
Fatalismo, profezie e infelicità.
Con la menzione della crisi climatica emerge per la prima volta l’ombra di un destino ineluttabile. Questa sensazione è supportata, poi, dalle storie e leggende metaforiche che permeano la storia e anche dalle profezie e dalle parole (dette e non dette) di Rose.
Rose ci è parsa un personaggio estremamente interessante, forse il più interessante, per la sua capacità di dire, oppure far intravedere, delle verità che il resto del mondo non dice o non vede.
La relazione tra Imelda e Rose, quasi un rapporto madre-figlia, è complessa e contraddittoria. Imelda si fida del parere della donna, ma puntualmente evita di ascoltarla.
In particolare, a farci riflettere è stata la sua relazione di coppia con Dickie, risultato di una serie di contorte dinamiche emotive, di potere, di interessi che coinvolgono anche altri personaggi della storia, ma in fondo sostanzialmente infelice.
Questa sensazione ci ha riportato a “Persone Normali” di Sally Rooney, autrice connazionale di Murray, che abbiamo commentato qualche mese fa: sebbene questa storia, a differenza di quella di Rooney, sia ricchissima di avvenimenti e più avvincente, in entrambi i romanzi sembra di aggirarsi in un presente di apparenze e in vite animate da spettri del passato, incapaci di compiere scelte esistenziali nel momento.
Uno stile variegato.
Una menzione speciale va allo stile, che non solo varia al variare del personaggio narrante, ma presenta tratti radicalmente diversi nelle parti in cui parla Imelda. La scelta di eliminare completamente i segni di punteggiatura non ci ha potuto non far pensare al flusso di coscienza di James Joyce, altro irlandese celeberrimo, che in “Gente di Dublino” narra la paralisi, non tanto familiare e generazionale quanto esistenziale e collettiva, degli anni Trenta del Novecento.
Le differenze tra le storie e lo stile di Joyce e quelle di Murray sono molte, ma una su tutte è costituita dall’assenza, in questo romanzo, di momenti di epifania, in cui improvvisamente la verità diventa evidente.
I personaggi scelgono più di una volta di non guardare e non ammettere che i presentimenti, loro o altrui, di alcune decisioni sbagliate possano avere un fondamento.
Nel rettangolo della finestra vide Dickie seduto al tavolo Aveva il capo chino e Rose gli stava posando una tazza davanti E a un tratto le tornò in mente una cosa La cosa di prima Il giorno in cui Rose aveva letto per lui le foglie di tè Il futuro Eccolo lì il futuro
Al matrimonio
Non è quel che Frank avrebbe voluto?
Cioè non che adesso voglia mettermi a parlare di segni ma
Vedo il sole
Arrivò su di lei Le piombò addosso con una furia tale che dovette abbracciare il pialstro del cancello Tenersi aggrappata per non affondare nel terreno
Poi quando si senti pronta tornò in casa (p. 279)
C’è chi ha sostenuto che l’assenza di punteggiatura contribuisca a dare un ritratto di genere a Imelda e alcune donne tra noi hanno sostenuto di essersi rispecchiate in questo flusso di pensieri che non si ferma per una questione di genere. D’altro lato, varie voci hanno contestato la scelta sostenendo che non fosse necessaria ai fini dell’efficacia narrativa.
A proposito di genere, questa non è stata l’unica volta in cui la possibilità di comprendere alcuni personaggi è stata associata alla simile esperienza di socializzazione di genere, nonostante Dickie e Imelda agiscano evitando di confrontarsi con la realtà in modo simile: alcuni uomini hanno sostenuto di essersi immedesimati maggiormente in Dickie.
Una temporalità tragica.
Un altro tema centrale della discussione è stato quello del rapporto tra passato, presente e futuro nel libro. Il passato, infatti, sembra incombere e si ripresenta ciclicamente, risuonando nelle metafore, nelle leggende e nelle microstorie narrate.
Il futuro, quando c’è, sembra essere incombente e angoscioso, mentre quando non c’è – non lo si vede o non ci si pensa - lascia spazio a un presente orientato alla pura sopravvivenza momentanea. Non c’è spazio per una dimensione di riflessione, né di azione consapevole e volontaria.


